Booklover - Il falò delle vanità, Tom Wolfe


«Sai la favola del pipistrello? Gli uccelli e le bestie erano in guerra. Quando stavano vincendo gli uccelli, il pipistrello diceva di essere un uccello, perché sapeva volare. Quando vincevano le bestie, il pipistrello diceva di essere una bestia, perché aveva i denti. Per questo il pipistrello non si fa vedere di giorno. Nessuno vuole guardare le sue due facce.»

Che cosa siete disposti a fare per proteggere la vostra vita e i vostri privilegi? È la domanda che si pone Sherman McCoy, ricco newyorchese che finisce nei guai dopo avere investito un ragazzo di colore ed essere fuggito. Ed è la domanda che “ci” pone Tom Wolfe, leggendario giornalista americano, al suo primo romanzo nel 1987, un’indagine spietata sulla città dalle mille luci, sui suoi protagonisti e sull’ansia di ricchezza e di successo che contraddistinsero gli anni Ottanta.

C’è chi commenta che il ritmo della scrittura è lento, a volte prolisso, a tratti noioso e senza coinvolgimento. Ma per una #booklover come me è il ritratto, anche nelle parole, della vacuità dei suoi personaggi che si perdono in immensi giri che portano al nulla, le cui vite, che possono sembrare piene, sono in realtà vuote e a tratti insignificanti. Wolfe ci propone un ritratto, ormai figlio del suo tempo, di una fetta di società sfilacciata e disconnessa, in cui apparire ed essere si mischiano e confondono. Una società costellata di pipistrelli rivelata, nella penna satirica e infuocata di Wolfe, come un mucchio di carta pronta a prendere fuoco.


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